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Stato di emergenza
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Vorrei condividere con tutti voi questa breve lettura tratta da “Consumo, dunque sono” di Zygmunt Bauman (pubblicato nel 2007):
Infine, c’è un altro servizio cruciale che una vita dominata dagli allarmi e dalle urgenze e pienamente consumata dagli sforzi di affrontare emergenze, una dopo l’altra, può rendere: un servizio utile alle aziende che fanno funzionare l’economia consumistica, che lottano per la sopravvivenza in condizioni di concorrenza all’ultimo sangue e sono costrette ad adottare strategie che con ogni probabilità susciteranno fiera resistenza e ribellione nei loro dipendenti e in ultima analisi minacceranno la capacità delle aziende di agire efficacemente.
Al giorno d’oggi la prassi manageriale di provocare un’atmosfera di urgenza o di presentare come stato di emergenza una situazione probabilmente normale è considerata un metodo efficace, spesso il metodo preferito, per persuadere chi viene gestito ad accettare tranquillamente anche cambiamenti drammatici che colpiscano al cuore le sue ambizioni e prospettive o il suo stesso stile di vita. «Dichiara lo stato di emergenza e continua a comandare» sembra essere la ricetta manageriale sempre più in voga per esercitare un dominio indiscusso e far passare gli attacchi più spiacevoli e devastanti al benessere dei dipendenti, o per liberarsi della forza-lavoro che non si vuol più tenere, lavoratori in esubero a causa delle operazioni di «razionalizzazione» o scorporo delle attività che si susseguono.
Quest’estate, leggendo le parole del famoso sociologo polacco, il mio pensiero è andato subito alla FIAT di Marchionne e alla lotta intrapresa dalla FIOM. Rileggendole oggi trovo conferma del fatto che lo Stato moderno è sempre più vicino ad una concezione aziendale e chi lo gestisce si comporta di conseguenza. Contemporaneamente i cittadini accusano (molte volte giustamente) la politica e i partiti di autoreferenzialità per poi però rintanasi nella propria individualità e disinteresse per la società, magari con la speranza dell’arrivo di un salvatore che rimetta tutto in ordine.
C’è una sola via d’uscita e si chiama PARTECIPAZIONE. Se vogliamo cambiare la società in cui viviamo non abbiamo altra scelta che riappropriarci della politica ora e subito!
Un risultato e delle risposte
È bene che la nostra dirigenza nazionale si trasformi perché i risultati di queste elezioni consegnano a loro un compito importantissimo.
Sinistra Ecologia Libertà esiste non solo nella testa delle persone, non è solo un movimento di opinione, ma si sta lentamente strutturando nel paese.
Molte volte ho sentito dire che dobbiamo ripartire dai territori e succede, come in questo caso, che i territori siano più avanti della centralità del partito.
Le amministrative ci dicono che non esiste solo l’effetto Vendola, ma che esistono compagni e compagne capaci di rimettere tutto in gioco. Se stessi, la politica, le loro relazioni, la loro vita e gettarsi in una avventura non facile, perché credono non solo nel bisogno di sinistra nella politica italiana ma soprattutto nella sua necessità quando i temi da affrontare sono lavoro, cultura, giustizia sociale e felicità.
Da oggi avremo consiglieri dalle grandi città ai piccoli comuni, questo ci dice di un partito presente nella società e nella comunità dove questi sono stati eletti. Le elezioni ci consegnano un nuovo arcipelago politico che dobbiamo curare e mettere in relazione, fare un operazione importante e opportuna per valorizzare il lavoro che fino ad oggi è stato fatto.
Io, come molti altri, faccio parte di un consiglio comunale in un paese di circa 8.000 abitanti, milito in un circolo di 43 iscritti dove promuoviamo iniziative, dibattiti, lavoro costante sul territorio. Sentiamo una mancanza, un vuoto che deve essere colmato.
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Le primarie suo malgrado
Queste giornate riescono a riaccendere la speranza in un cambiamento di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Questo cambiamamento è nell’aria, lo si può fiutare, quasi sfiorare con le ali della nostra immaginazione. Per renderlo -realtà che ci circonda-, però, è necessario il coraggio di rimboccarsi le maniche e far si che noi stessi, attraverso le nostre idee e le nostre azioni, diveniamo il tramite tra il mondo dei desieri ed il mondo in cui viviamo. Molte sono le analisi che da stamattina riempono le pagine dei giornali su quello che è avvenuto in Puglia. La totalità di queste parlano del caso Puglia applicandolo al livello nazionale. Quello che voglio fare è riportare invece questa dimensione al livello locale e riapplicarla ad Asciano. Uno dei tratti più evidenti della vittoria di Nichi è che (almeno in Puglia) non esistono più gli elettori fidelizzati, quelli cioè che
votano ciò che il partito dice loro di votare. I “capoccia” come Massimo D’Alema si devono piegare al volere della propria base che gli ha imposto le primarie per far si che quello che per loro era il candidato naturale alle regionali fosse ricandidato alle prossime elezioni. L’ordine è partito dal basso invertendo una tendenza che in Italia è consuetudine. Anche lo strumento delle primarie il quale, fino ad ora, era servito solo a confermare le scelte di “Baffetto”, si è trasformato in strumento di partecipazone vera, non tanto per il loro risultato ma per l’imposzione venuta dai cittadini che politica la fanno davvero come “gente tra la gente” e che se ne infischiano delle possibili alleanze con forze di dubbio valore. Alleanze che si fanno non sui temi, come vorrebbe Vendola (e guarda caso come non sta bene all’UDC), ma sul conteggio dei voti, come se i partiti fossero semplici aziende da accorpare per avere più profitto. La consuetudine partitocratica la si può vedere benissimo anche ad Asciano dove l’idea di cambiamento è in affitto in Via Martiri della Libertà 53, con il rischio sempre presente di essere sfrattata e di dover bussare alle porte dei nostri sogni, ogni notte, in cerca di un posto letto per non morire Leggi il resto di questo articolo »














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