Pane, vino e zucchero
In the mirror
Qualche mese fa trovai un’interessante intervista a Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera che fu sollevato dal suo incarico per aver scritto sul caso De Magistris in modo non allineato. Durante quell’intervista mi colpirono alcune sue parole. Parlando del suo caso faceva notare come quello che aveva fatto non fosse niente di eccezionale, è il modo in cui si comportano la stragrande maggioranza dei giornalisti ad essere eccezionale. Questi si autocensurano pur avendo le notizie, come se non vedessero l’ora di essere asserviti a qualcuno, per cui non hanno bisogno di qualcuno che gli impartisca gli ordini, ci pensano da soli.
Primo
Spesso le cose che ricordiamo meglio sono quelle che abbiamo imparato da piccolissimi. Durante quel periodo ci vengono insegnate le regole base della vita, iniziamo a capire cosa può essere giusto e cosa può essere sbagliato. Ci vengono dati principi e strutture. Quando arriviamo ad essere adulti però sembra che tutto sia diverso, che quello che ci viene detto da ragazzi non può essere applicato perchè il mondo “reale” è diverso, difficile e ingiusto. Mi sento sempre più spaesato. Da piccolo, mentre mia madre mi preparava pane, vino e zucchero, mi veniva insegnata la giustizia, la convinzione delle proprie idee, la lealtà, il rispetto per il prossimo, l’onestà. La domanda che mi viene spontanea è perchè ora che sono adulto non devo lottare per i miei principi, perchè non posso applicarli nella mia vita con la stessa disinvoltura che ho nel camminare? Non mi fraintendete, non sto parlando del bambino che è in noi e banalità affini. Proprio perchè siamo adulti dobbiamo cercare la via migliore per vivere e non la più semplice.
La Comunità
Sono molto interessato alla tematica dell’integrazione e nel tentativo di analizzarla e capirla un’altro tema, fondamentale, si è posto alla mia attenzione, quello della Comunità. Ovviamente non si può parlare d’integrazione se non si sa bene a che cosa qualcuno dovrebbe integrarsi. E’ vero che la comunità è un’insieme di persone che condividono un territorio, delle regole e dei valori, ma la comunità deve essere soprattutto pensata e vissuta. Con ciò intendo dire che la comunità è simbolica, non esiste nella realtà, non ha una vera e propria fisicità; la sua dimensione reale si avvera quando le persone le danno vita per mezzo delle proprie idee e delle proprie azioni. Per capirci meglio pensate al palio e alle contrade: in questo caso si formano delle microcomunità a cui si appartiene a seconda del quartiere in cui si vive (o in cui siamo nati) e spesso si trovano situazioni in cui chi sta nella casa di fronte è al di là del “confine”; un altro esempio possono essere le comunità virtuali, queste addirittura non hanno nemmeno un vero e proprio luogo fisico ma si formano e vivono nel mondo di internet. Una comunità che possa esse considerata tale deve avere una vita comunitaria e deve adattarsi alle esigenze della società in cui è inserita, essa appare evidente soprattutto quando ci sono dei problemi che si possono risolvere insieme, attraverso la solidarietà e la cooperazione. In molti ad Asciano sentono che la comunità sta morendo. La tendenza è quella che ci porta verso un individualismo disinteressato e passivo. I nostri portoni sono diventati dei ponti levatoi, quando li chiudiamo/alziamo ciò che è oltre il fossato non ci interessa più. Leggi il resto di questo articolo »














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