L’uomo con il megafono

Fedeli alla linea, la linea non c’è.

C’era una volta l’ideologia. C’era la linea e alla linea si era fedeli.

C’erano le eresie e le eresie si combattevano in nome della linea.

C’era il nemico e il nemico aveva una linea diversa, spesso opposta.

C’erano anche le eresie, che spingevano le ideologie a fare i conti con la storia e con le proprie contraddizioni.

Oggi le ideologie hanno un ché di stantio e le linee si intrecciano, per descrivere un mondo più veloce, più liquido, più complesso ,dicono…

Niente più ideologie dunque, ma soltanto eresie. La politica stessa sembra diventata  una eresia di fronte alla santa inquisizione dell’antipolitica.

L’antipolitica non è un nemico leale, ma un parassita. Si insinua nella distanza che si crea tra i così detti apparati e la società e si nutre del disgusto che questa distanza genera. Oggi, è innegabile, l’antipolitica ha vita facile. La politica, invece, non è gran ché di moda, o meglio, i partiti non sono di moda.

Onestà intellettuale vuole che l’autocritica preceda la critica, quindi ben venga l’autocritica. Cosa raccontano gli ultimi due anni a noi della sinistra?

Ci raccontano un risveglio, che da Milano, Cagliari e Napoli è passato per i quattro NO del 12 e 13 giugno per passare, pochi giorni fa, da Genova. L’elenco sarebbe lungo, ma quanto detto è più che sufficiente.

Questa è la situazione perfetta, il sogno di una visione della società e della cosa pubblica che può finalmente uscire dal suo ghetto culturale e tornare a costruire quell’egemonia culturale che possa sconfiggere il berlusconismo.

Bisogna però fare i conti con la solita vecchia pratica che tanta soddisfazione dà alle scimmie urlatrici del più bieco e becero civismo.

La situazione, che prima sembrava positiva, è così diventata tragica.

Perché l’Europa della finanza sregolata, delle speculazioni private con capitali pubblici e dei profitti gonfiati si vuole salvare a spese di chi questa finanza l’ha già subita. Perché la solidarietà ha ceduto il passo al cannibalismo economico e perché questi semidei del mercato globale che hanno mandato a salvarci sono gli stessi che ci hanno scavato la fossa.

La celebre "foto de-vasto"

Ma anche perché sotto le ceneri dell’ideologia è rimasta un’eredità che gli apparati di oggi non sanno gestire. Il PD (lo so ma, d’altra parte, come si dice, “la lingua batte dove il dente duole”), che fu DS e prima ancora PDS dopo il PCI, ha un’eredità. Un’eredità che si sta consumando, perché le nuove generazioni questi passaggi li possono leggere soltanto sui libri di storia e perché anche molti di quelli che li ha vissuti non li hanno digeriti bene, soprattutto l’ultimo. Perché il PD, volendo spingersi oltre Bersani, non ha soltanto una identità, ma almeno tre; tre identità totalmente inconciliabili.

Una grossa parte – ma dobbiamo dirlo noi perché non ha la forza o il tempo o la voglia di farlo da sola – guarda verso sinistra, per un’alternativa alla destra che ci ha portato a questo punto. C’è poi una seconda parte, che invece vuole essere la sinistra di un centro – qui Veltroni e D’Alema, dopo anni di lotte fratricide, hanno trovato terreno comune nella “corrente dei montiani” – e sacrificare la sinistra ad un progetto di storico compromesso (compromesso storico sembra troppo aulico, dati i soggetti coinvolti) in chiave catto-moderata. La terza via del PD è espressa da tutta quella parte che non è mai stata PD, ma gli è stata prestata da Casini con tassi di interesse, sembra, molto molto alti.

Tutto questo si sta definendo mentre il PD non azzecca una candidatura alle primarie nemmeno per sbaglio, tanto che ormai seri analisti consigliano a Bersani di sostenere candidati di SEL. La sconfitta continua, causata in gran parte dalla contraddizione interna ai democratici che abbiamo appena descritto, acuisce i dissidi interni e mette la sinistra del  PD in grave difficoltà, prestandosi al gioco dei centristi che propongono la solita vecchia soluzione: laddove si perde, si cambi gioco. I ciclo continua e assume sempre più le sembianze di un vortice depressivo.

A questo punto non è più chiaro se qui sia stata descritta una situazione politica o la ricetta per la sconfitta perfetta.

Ecco cosa penso. Penso che il ruolo della politica sia quello di ascoltare la voce che viene dalla società. Questa è l’unica strada per arginare l’antipolitica e tornare tra la gente, è l’unica strada per costruire un’alternativa. La sinistra non è fatta di grandi partiti, ma di un grande popolo stufo degli steccati, delle nomenclature e della logica autoreferenziale degli apparati. Le primarie continuano a raccontarci questa storia e noi abbiamo il dovere di prenderne atto.

Noi di SEL abbiamo un’identità, l’identità di chi vuole andare tra la gente a costruire un progetto di cambiamento, di chi si rifiuta di presentare al suo popolo una scatola chiusa.

Il Pd, invece, si sta ancora cercando: si sta sgretolando e non è mai nato davvero, è un’accozzaglia di cellule impazzite che non si incontreranno mai, ma il suo popolo non è così: è lo stesso nostro.

E allora sarebbe magnifico se quei dirigenti tornassero a fare i dirigenti e la smettessero di costruire steccati inutili, che il loro popolo rifiuta.

Una scimmia urlatrice tipica dell'Italia post-industriale.

Solo così le primarie torneranno ad essere, anche per loro, strumento di buona politica e solo così non si dovranno più affannare a giustificare una sconfitta che nelle primarie non esiste, anche perché la competizione elettorale, se non sbaglio, è quella che viene dopo.

Lo stato che uccide. Immigrazione e umanità.

Si può leggere oggi Hannah Arendt come la decostruzione di quella macchina pesante, il regime totalitario, che affida la propria efficacia all’annientamento della persona, intesa in tutte le sue forme. Si possono leggere i grandi studi sui totalitarismi del XX secolo anch’essi come ricerca del senso di un momento buio, in cui la società si concepiva nel suo dover essere organica e omogenea e si trasformava la differenza in devianza.

Tutto questo è utile, anzi, indispensabile. Ma poi si legge qualche breve nota – perché la notizia non dovrebbe essere divulgata in una società gestita telematicamente attraverso un bombardamento mediatico a dir poco stordente – che un uomo senegalese, fermato per un controllo e trattenuto per aver trasgredito la Bossi-Fini, è morto in cella semplicemente perché non è stato curato.

Cosa resta, di fronte a questi eventi – e al silenzio in cui si tenta di immergerli – a separare la nostra società da quelle di cui ci ha parlato la grande filosofa tedesca e tanti altri?

Leggi il resto di questo articolo »

Equilibrio precario

Pensando alle ultime settimane, la precarietà è sicuramente un concetto chiave.

Precario è l’equilibrio su cui si regge il governo attuale, sballottato dagli interessi personali di cavalieri rampanti e dalla sete di potere di falsi presbiteri e censori. Precario, appunto, come può essere precario un parlamento retto da secessionisti redenti, fascisti sconfessati, democristiani e socialisti ripuliti.

Precario è l’equilibrio dell’opposizione, con il suo partito maggiore che sembra sempre più un Giano bifronte, creato in provetta tentando di mescolare veterocomunisti annacquati e democristiani e socialisti ripuliti avanzati di là; con la foga giustizialista e manichea di chi siede vicino a loro.

Precario, in un’accezione appena differente, è anche il senso di un parlamento formato da queste due parti.

Precario è un paese che si regge sulle spalle di un popolo senza futuro, perché precario è l’equilibrio di chi è senza futuro.

Precari sono definiti tantissimi uomini e tantissime donne che cercano di restare in piedi sul filo molto sottile del mercato del lavoro, che possono costruire soltanto il Leggi il resto di questo articolo »

Oltre al danno, la beffa. Ricordando Genova nove anni dopo.

Non ero a Genova nove anni fa.
Ero, o mi sentivo, piccolo per una cosa così grande. Contestare tra le quattro mura del mio liceo mi bastava per sentirmi grande in piena sicurezza. Come molti della mia generazione, che come non sono stati in Piazza Alimonda, non erano accampati alla scuola Diaz e non sono stati rinchiusi e pestati a Bolzaneto sono stato attaccato allo schermo, ho letto ogni notizia, ogni smentita e ogni resoconto degli scontri. Sono stati, per me, giorni di paura e di dolore, ma soprattutto di rabbia. Leggi il resto di questo articolo »

Tema: il mio primo Consiglio comunale. “La prima volta fa sempre male”.

 

La prima volta fa sempre male” urlava Giovanni Lindo Ferretti, nel 1987, su tappeti di chitarre sguaiate.
È uno di quei pezzi che fanno parte della mia adolescenza musicale, che a volte mi tornano in mente alla vista di un vecchio cd impolverato. È sicuramente più una battuta superficiale che altro, ma a volte può descrivere bene una sensazione reale.
Ieri sono stato per la prima volta spettatore di una seduta del consiglio comunale del mio paese e, mentre riflettevo sulla possibilità di raccontare questa esperienza, quella canzone mi è tornata in mente dopo molto tempo e credo che, se dovessi riassumere l’esperienza con una frase, citerei Ferretti.
Per sgombrare il campo da ogni tentazione ipocrita, mi presento.
Sono Giovanni Beninati, ho 24 anni, sono laureando in Filosofia all’Università di Siena e sono impegnato politicamente con il progetto “Sinistra Ecologia e Libertà”, di cui faccio parte del coordinamento provinciale. La politica non è per me una novità (la faccio all’interno dell’Università ormai da qualche anno), il consiglio comunale si. Leggi il resto di questo articolo »

Il bianconiglio e gatta frettolosa

bianconiglioChe la politica italiana stia attraversando un momento critico è il minimo comune denominatore di tutte le dotte analisi che si susseguono in questi giorni negli ambienti della “sinistra”. Nessuno ormai solleva più alcuna obiezione alla tesi secondo cui la sinistra, in Italia, starebbe vivendo una situazione – più che di grave frammentazione – di vera e propria polverizzazione, così come nessuno ormai nega che questa sia una delle maggiori cause, se non l’unica, della sua totale assenza dal parlamento. Fin qui l’analisi è abbastanza semplice, si tratta soltanto di prendere atto di dati evidenti.

Il problema sorge nel momento in cui ci si interroga su quale sia una prassi politica valida ad invertire la tendenza. Come è possibile riunire forze che sono nate dal progressivo sgretolarsi di quello che era stato un unico soggetto?

La domanda non è soltanto ineludibile, ma anche urgente. I vari movimenti “per la sinistra” – e lo stesso progetto di “Sinistra e libertà” – nascono proprio come tentativo di rispondere a questa esigenza di unificazione e nella convinzione, da me condivisa, che questa sfida sia realmente possibile, per quanto difficile. Il nodo cruciale che mi si impone in questo momento è il Tempo, con la “T” maiuscola. Vorrei per un attimo opporre alla colta metafora letteraria del bianconiglio, il coniglio iperattivo del capolavoro di Dogson/Carrol, che non suonerà nuova a tutti quelli che lo scorso 5 Novembre erano nella sala mutilati a Siena, Leggi il resto di questo articolo »

Sorvegliare e istruire: la morte dell’istruzione

Pubblichiamo il seguente aritcolo scritto da Giovanni Beninati sul tema dell’istruzione.

Perché pensare alla scuola, oggi, fa venire in mente il grande sociologo e filosofo Michel Foucault?
La ripresa può sembrare azzardata e forse tendenziosa ma, quando l’intellettuale parla di “corpi docili” – plasmati dalla disciplina e resi adatti ai più Leggi il resto di questo articolo »

Seguici sul web!

SeLink