Lettera ad una Compagna …
il tuo articolo di lunedì 07 giugno 2010 fa scopa, secondo me, con il sentire di amiche e amici, di compagne e compagni che credono in una nuova sinistra, nella necessità del suo esistere.
Nelle tue parole riconosco un nuovo modo di operare che non si accosta più a quel linguaggio ormai vecchio e a quelle azioni che non solo hanno allontanato le persone dalla militanza politica, ma hanno addirittura contribuito a distruggere relazioni.
Andare oltre le vecchie appartenenze: è questo il punto, il nodo che dobbiamo sciogliere per provare a legarci ad una nuova storia che sia collettiva, di tutti e di tutte.
Vorrei che il nostro congresso si svolgesse in una piazza, un luogo dove sentimenti, passioni e relazioni possano prendere corpo e esprimersi collettivamente per un bene superiore. Più semplicemente, la piazza è per antonomasia il luogo sociale di paesi e città, è il luogo di scambio di idee, ma non solo. Per noi questi luoghi sono necessari, direi vitali. Metaforicamente, la piazza può rappresentare il nostro voler essere contaminati e il nostro voler contaminare, un intenso lavoro di scambio e di rapporti umani, intellettuali e sociali.
Dobbiamo provare a nascere scegliendo la via più difficile, ovvero quella che non preclude il contagio.
Dobbiamo trasformare le sedi di SEL in piazze, abbattere apparati e provenienze, smetterla di dipendere da noi, ma provare il gusto di essere liberi anche da noi stessi e qui ricercare quel vocabolario che parla di lavoro, conoscenza, ambiente, pace in modo che il nostro quaderno degli appunti descriva e raccolga quello che una volta erano le inchieste, ovvero lo strumento per rendere il territorio non solo partecipe e attivo, ma fucina di idee e proposte.
Un quaderno degli appunti che diventi come “Contro il niente. ABC dell’impegno” di Miguel Benasayag.
Il tatticismo, la scelta della linea, la lucidità buia del politicismo oggi sono la nostra ghigliottina che può trasformare ognuno di noi in un fantasma senza testa. Il rispetto di quote, aree, provenienze e appartati ci sta rendendo politicamente sterili e rischia di avverare quel sentimento espresso qualche anno fa da De Andrè: “un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali sarebbe un cinghiale laureato in matematica pura”.
Accetto lo scontro politico in un partito, ma trovo alquanto infantile fossilizzarsi su questo quando dovremmo invece costruire un partito. Non parliamo di una linea, di una scelta legata ad una strategia, ma affrontiamo un tema estremamente più importante, ovvero quello de La Sinistra in un paese che ci ha reso inerti e che ha smesso di ascoltarci perché noi abbiamo smesso di ascoltarlo.
Vorrei far nascere questo nostro partito non come il risultato di una semplice addizione, ma una somma dove la molteplicità degli addendi sia maggiore delle nostre certezze. Dove appunto il risultato sia la fantasia.
Ti saluto Patrizia da un piccolo territorio, dove la somma non torna mai, ma dove gli addendi provano con testardaggine a pensare che c’è un mondo oltre al loro.















